Thomas Hobbes

VITA

hobbes

Thomas Hobbes (1588 – 1659)

Nasce a Melmesbury nel 1588. Fu precettore dei Cavendish, conti di Devonshire, e insegnò matematica al futuro re Carlo II.
Il pensiero politico di Hobbes è influenzato dalle vicende storiche dell’epoca: i conflitti politici (tensioni tra il re e il parlamento) e religiosi (tensioni tra la chiesa anglicana e i presbiterani) che si conclusero con la guerra civile e la condanna a morte di Carlo I e la successiva dittatura repubblicana di Oliver Cromwell.
La sua formazione intellettuale deriva dai suoi viaggi in cui ha occasione di incontrare molti intellettuali tra cui Galilei, Gassendi e il frate Mersenne.
Nel 1608 consegue il baccalaureato delle Arti a Oxford.
Tra il 1610 e il 1612 accompagna William Cavendish in Europa.
Successivamente la sua formazione viene influenzata dalla sua permanenza in Francia e Italia.
Nel 1640 in un momento di inasprimento del conflito tra re e chiesa, sentendosi in pericolo per la pubblicazione degli Elementi di Legislazione decide di rifugiarsi a Parigi.Qui Hobbes frequenta Mersenne che lo invitò a scrivere una delle Obiezioni alle Meditazioni di Cartesio.
Nel corso dei suoi viaggi Hobbes scrive De cive gli Elementa philosophiae, costituita da tre parti, De corpore (1655), De homine(1658), De cive (1642), (fisica, antropologia, politica).
Nel 1651 pubblica Il Leviatano la sua opera principale
Muore a Londra nel 1659.

TEORIA DELLA CONOSCENZA

Nel Leviatano Hobbes ritiene che il punto di partenza del pensiero si trova nella sensazione. La sensazione è spiegata in termini meccanicistici come causata dall’azione di un oggetto esterno (l’oggetto percepito) sull’organo sensoriale e trasmessa attraverso i nervi al cervello e al cuore dove provoca una controreazione diretta verso l’esterno. Per questo l’oggetto percepito sembra provenire dall’esterno.

Questa concezione si avvicina a quella fenomenica secondo la quale ciò che percepisco non corrisponde alla cosa reale ma deriva dall’azione degli oggetti esterni sugli organi sensoriali.
Per tale motivo la qualità percettiva il suono l’odore, la vista, l’udito è una immagine o apparenza (phantasma) dell’oggetto che è percepito.
Dall’affievolirsi della sensazione, ad esempio perchè l’oggetto è stato rimosso, si origina l’immaginazione e la memoria e dai molti ricordi l’esperienza.

L’immaginazione può essere semplice ad es. quando immaginiamo un uomo o un cane o composta quando immaginiamo un centauro dalla vista di uomo e di un cavallo.

Il pensiero o discorso mentale deriva dalla connessione delle immagini sensoriali di cui l’uomo ha avuto esperienza. Inoltre, nella memoria permangono anche le connessioni tra i movimenti avvenuti con la sensazione e, infatti, non è possibilire avere una transizione da un’immaginazione ad un’altra se essa non ha avuto un corrispettivo nella sensazione.
Questo tipo di pensiero è comune sia all’uomo, sia all’animale. Anche il cane vedendo un osso prevede piacere ed è quindi in grado di crearsi delle connessioni tra le immagini sensoriali.

Ciò che differenzia il pensiero dell’uomo da quello degli animali è il ragionameto discorsivo. Questo si realizza con il linguaggio grazie al quale l’uomo è in grado di nominare le cose.
Il linguaggio secondo Hobbes è stabilito convenzionalmente e svolge due funzioni:

  • funzione mnemonica:i nome permettono di ricordare le connessioni che ha stabilito tra le cose;
  • funzione comunicativa: i nomi sono segni e permettono di far comprendere agli altri le cose che pensiamo e le loro connessioni.

Il ragionamento discorsivo opera sui nomi e non sulle cose; un ragionamento è vero se è stato correttamente connesso uno specifico nome con il precedente ed il successivo. La falsità o verità di un ragionamento è perciò una questione puramente logica e non ontologica. Per questo motivo il nominalismo caratterizza la riflessione di Hobbes riguardo il linguaggio.

La ragione è una operazione di calcolo; ragionare infatti significa addizionare o sottrarre. Queste operazioni non riguardano solo l’aritmetica, la geometria e la fisica, ma possono essere applicate anche ai nomi.

Quando una persona ragiona non fa altro che concepire una somma totale risultante dall’addizione di parti o da un resto derivante dalla sottrazione di una somma da un’altra […] lo stesso avviene per la logica; addizionando due nomi si ottiene un’affermazione, due affermazioni per ottenere un sillogismo e più sillogismi per formare una dimostrazione. Gli scrittori politici addizionano i patti per trovare i doveri degli uomini e i giuristi sommano le leggi e i fatti per trovare cosa sia ingiusto e giusto nelle azioni dei singoli. In conclusione, in qualunque campo in cui c’è spazio per l’addizione e la sottrazione; c’è spazio anche per la ragione e dove non c’è posto per le prime, la ragione non ha nulla a che fare” (Leviatano, cap V)

La ragione definita da Hobbes perde la dimensione metafisica che è ancora presente in Cartesio. La ragione si riduce ad un calcolo sulle conseguenze dei nomi stabiliti convenzionalmete al fine di elaborare un pensiero.
A titolo esemplificativo, per capire come la mente procede per calcolo, è possibile riportare l’esempio di Hobbes presente nel De Corpore. Quando nell’oscurità vediamo qualcosa avvicinarsi pensiamo che esso sia un corpo; poi osservando che esso si presenta in un certo momento in un certo luogo, e in un momento successivo in un altro luogo; crediamo che tale corpo sia anche animato. Inoltre, osservando che presenta comportamenti razionali ci formiamo una terza idea, ovvero che è anche razionale. A questo punto, afferrando l’idea nella sua totalità :“la mente compone tali idee nell’ordine in cui i singoli nomi di corpo, animale, razionale sono composti nell’unico nome corpo, animale, razionale”, cioè l’uomo.

La ragione non nasce spontaneamente come avviene per la sensazione o la memoria, ma si apprende solo progressivamente attraverso la corretta attribuzione dei nomi; impadronendosi del metodo per collegare correttamente gli elementi del ragionamento, fino a raggiungere la conoscenza di tutte le conseguenze dei nomi che riguardano l’argomento trattato. Al contrario per Cartesio la ragione è la facoltà di distinguere il vero dal falso ed appartiene a tutti gli uomini.

L’errore si ha quando assumiamo erroneamente che qualcosa è stato preceduta da qualcos’altro accaduto in passato o è seguito da qualcos’altro che deve ancora avvenire nel futuro. Questo avviene ad esempio quando formuliamo delle ipotesi e l’oggetto della discussione è generale e non è presente.

L’assurdità è un discorso privo di senso; riguarda quei termini di cui non concepiamo altro che il suono come ad esempio “… un quadrilatero rotondo, o di accidente del pane nel formaggio, o di sostanze immateriali, o di un suddito libero, di una volontà libera o di qualunque altra cosa libera, se non nel senso di essere libero dall’ostacolo di opposizione”

La scienza è “la conoscenza delle conseguenze, della dipendenza da un fatto ad un’altro”, grazie ad essa l’uomo comprende le cause e gli effetti e ,inoltre, garantisce di poter riprodurre gli effetti di un fenomeno quando si conoscono le cause che li hanno generati. La scienza consente perciò di passare dalla dimensione ontologica a quella pratica come anche sosteneva Bacone.

Per concludere, la luce delle menti umane sono i termini chiari, selezionati preliminarmente attraverso definizioni esatte e purgati dall’ambiguità. La ragione è il cammino, la crescita della scienza è la strada e il vantaggio dell’umanità è il fine

La definizione esatta dei nomi e delle loro dipendenze casuali raggiunta attraverso l’esercizio della ragione è lo strumento su cui agisce la scienza che ha come fine l’utilità per il genere umano.

La teoria della conoscenza hobbesiana cerca di unire l’empirismo (Gassendi) e il razionalismo (Cartesio) . Infatti, da un lato il punto di partenza della conoscenza risiede nella sensazione (sensismo), dall’altro lato la scienza è un tipo di sapere che è costruito da stretti legami logici.

FILOSOFIA NATURALE

La filosofia secondo Hobbes è la scienza delle cause generetraci. Infatti, non è possibile sapere realmente che cosa è una cosa se non ne comprendiamo le cause che l’hanno prodotta. Siccome la conoscenza delle cause si ottiene conoscendo la generazione delle cose, essa procede sia con il metodo deduttivo che quello induttivo.
La conoscenza delle cause generatrici può avvenire partendo da ciò che genera specifici effetti oppure al contrario procedere dagli effetti alla causa ( ad es. dalle proprietà della cosa).Nel primo caso attraverso l’uso delle dimostrazioni in cui, è lui stesso che genera ciò che conosce (es. geometria). Nel procedimento induttivo, invece, l’uomo procede con ipotesi dagli effetti risale alla cause non essendo egli stesso ciò che genera l’oggetto (es. gli oggetti del mondo naturale prodotti da Dio).
Per Hobbes, i corpi sono le uniche entità che possono essere generate, per cui la filosofia è la conoscenza dei corpo e della loro generazione. A seconda dei corpi essa si divide in filosofia naturale (corpi naturali) e filosofia civile (corpi politici).

I concetti fondamentali della Filosofia Naturale hobbesiana possono essere riassunti nel concetto che “Tutta la realtà è corpo” in cui il corpo è tutto ciò che non dipende dal nostro pensiero ed occupa un certo spazio.Ad ogni corpo è connesso il movimento, strettamente legato al concetto di tempo: ogni mutamento della realtà coincide con il moto dei corpi.

Hobbes considera esistenti solo le sostanze corporee ed è da questo che emerge la sua concezione materialista che utilizza anche per la spiegazione dei temi riguardanti l’attività cognitiva ed emotiva dell’uomo. Il ragionamento, infatti, dipende dal moto che avviene nel corpo organico, mentre le passioni sono viste in funzione del ritmo biologico (circolazione sanguigna, respirazione, nutrimento ecc.). Ad esempio, il desiderio nasce quando l’oggetto esterno asseconda questo ritmo, al contrario proviamo avversione.

ETICA

La vita etica dell’uomo è dominata da due passioni fondamentali: l’amore e l’odio che derivano rispettivamente dalla cosa desiderata e da ciò che produce avversione. Il bene e male non sono perciò valori assoluti, bensì dipendono da ciò che è desiderato o odiato dall’individuo o imposto attraverso norme dello Stato (relativismo). Infatti, per Hobbes ciò che desideriamo e amiamo è per noi buono, mentre ciò che odiamo è cattivo.
Nel momento in cui la stessa cosa è contemporamente desiderata e detestata ha luogo il processo di deliberazione: che si ha quando le due passioni fondamentali entrano in conflitto . Questo processo si conclude con un atto di volontà; in base alla quale scegliamo come agire.

Nella concezione hobbesiana il libero arbitrio perde di valore, infatti, sia la transizione tra desiderio e avversione per una cosa e l’azione umana dipendono da specifiche leggi meccaniche che non possono essere direttamente controllate dall’uomo. (determinismo)
L’azione umana dipende dall’azione dell’ultime avversione sui desideri precedenti, o dell’ultimo desiderio sulle precedenti avversioni.
La sola libertà che ha la volontà è quella di fare senza impedimenti esterni ciò che la transizione tra desiderio e avversione ha già stabilito di fare.

IL PENSIERO POLITICO

Nello stato di natura, che è la condizione ipotetica in cui si trovava l’umainità prima di riunirsi in una società civile, l’uomo secondo Hobbes, viveva in una condizione di aggressività e diffidenza verso il prossimo a causa sia della naturale tendenza dell’uomo a cercare il proprio vantaggio a danno degli altri, e sia dalla scarsità delle risorse necessarie alla sopravvivenza. Quindi, sia per una propria scelta che per necessità nella stato di natura l’uomo non è naturalmente incline alla socievolezza, come invece aveva sostenuto Aristotele.

In particolare, questo deriverebbe dal fatto che tutti gli uomini sono simili tra loro sia nelle facoltà fisiche che in quelle intellettuali, infatti, anche l’uomo fisicamente più debole ha la possibilità di uccidere il più forte alleandosi con altri o attraverso azioni compiute segretamente. Da questa uguaglianza deriva la speranza di raggiungere gli stessi fini, e se due uomini aspirano alla stesa cosa presubilmente diventeranno nemici e in generale si origina una diffidenza generale (Leviatano cap. XIII).

Nello stato di natura l’uomo detiene anche il diritto naturale, cioè un “diritto su tutte le cose” che gli consente di esercitare qualsiasi azione pur di mantenere la propria conservazione. L’umanità si troverebbe in una condizione simile a quella della guerra: caratterizzata dalla rivalità, in una situazione che comporta che gli uomini si aggrediscano per trarne vantaggio; siano diffidenti tra loro per proteggersi e orgogliosi per salvaguardare la propria reputazione.

In questo stato, caratterizzato dall’incertezza non vi sarà neanche spazio per l’uso dell’ingegno e “vi è il continuo timore e pericolo di morte violenta: e la vita dell’uomo è solitaria, misera, ostile animalesca e breve”.

Hobbes, portà come esempio del luogo in cui si verifica questo stato i selvaggi dell’America del nord che vivono senza un governo; inoltre questo è confermato dalla diffidenza che c’è tra Stati vicini, i quali rafforzano e proteggono i propri confini edificando mura e torri di controllo.

Per garantire la pace tra gli uomini si rende necessaria la formazione di un potere più forte in grado di provocare soggezione negli individui, essi devono obbedire a una legge di natura costituita con la ragione che indica all’uomo quali sono i mezzi necessari alla propria autoconservazione e sicurezza.

Una legge di natura (Lex Naturalis) è un precetto o una regola generale scoperta dalla ragione, che proibisce ad un uomo di fare ciò che distruggerebbe la propria vita o che gli toglierebbe i mezzi per conservarla, e di non fare ciò che egli considera meglio per conservarla.”

Siccome la condizione naturale dell’uomo è una condizione di guerra,   la prima legge naturale prescrive la pace, che secondo Hobbes, può essere ottenuta soltanto quando tutti gli uomini contemporaneamente decidono di rinunciare al proprio diritto naturale (“diritto su tutto”) che in natura è detunuto da ciascun individuo e attribuirlo, , ad un solo individuo o assemblea.

“[…] in maniera tale che è come se ciascuno dicesse a ciascun’altro: Do autorizzazione e cedo il mio diritto di governare me stesso a quest’uomo, o a quest’assemblea di uomini, alla condizione che tu, nella stessa maniera, gli ceda il tuo diritto e ne autorizzi tutte le azioni

Leviathan_-_Hobbes'_Leviathan_(1651),_title_page_-_BL

Frontespizio del Leviatano

Grazie a questo accordo nasce lo Stato e coloro che hanno rinunciato al diritto naturale diventano i sudditi, mentre la persona politica che ancora lo detiene è definito sovrano. Nello stato si permette di sostituire le molteplicità delle volontà di ogni individuo in conflitto tra loro con la sola volontà del sovrano che stabilisce per tutti il significato dei termini giusto e sbagliato.

Fatto ciò la moltitudine così unita in una sola persona si chiama Stato, in latino Civitas. E’ questa la generazione di quel grande leviatano, o piuttosto (per parlare con maggior rispetto di quel dio mortale, al quale dobbiamo, sotto il Dio Immortale, la nostra pace e la nostra difesa. […] è : Una persona unica, dei cui atti i membri di una grande moltitudine si sono fatti autori, mediante patti reciproci di ciascuno con ogni altro, affinchè essa possa usare la forza e i mezzi di tutti loro nel modo che riterrà utile per la loro pace e difesa comune

Il patto, però, viene contratto solo tra le persone, e non tra le persone e il sovrano, da questo deriva che lo stato non avendo ceduto il diritto naturale, non ha obblighi verso gli individui; se non quelli relativi all’evitare la morte, la prigionia e le ferite.

Riguardo la forma di governo, sebbene Hobbes espresse una preferenza per la monarchia, in cui l’unicità della volontà politica coincide con l’unicità della persiona fisica, è indifferente se il potere è detunuto dal re, da un’assemblea o da un’aristocrazia, in quanto il sovrano lo detiene in modo assoluto.

Nella gestione dei rapporti tra Stato e Chiesa, non è tollerabile considerare la Chiesa come potere autonomo, ma deve essere sottomessa e influenzata alla volontà dello Stato.

In conclusione, il modello politico hobbessiano ha connessioni con il giurisnaturalismo. Esso prevede che il diritto ha un fondamento in natura. Nell’antichità il diritto era basato sull’ordine ontologico della realtà. Successivamente a cavallo tra il 600 ed il 700, il diritto inizia a considerare la ragione come lo strumento per individuare i diritti e doveri fondamentali per l’uomo.
Secondo il giurisnaturalismo moderno la società civile è opposta allo stato di natura, in quanto si fonda su un contratto. In particolare il patto tra i cittadini è scandito da due momenti: il patto di unione con cui decidono di entrare a far parte di una società civile e il patto di sudditanza con il quale accettano l’autorita del governo.

About altrimondi

Dott. S.Aboudan