Significato del Sogno: Percorso Storico e Culturale

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Il testo offre una panoramica sulla storia e l’evoluzione del sogno, esaminando il significato dalle civiltà antiche fino alla nascita della psicoanalisi moderna. Nelle culture primitive, egizia e biblica, l’esperienza onirica era interpretata come un canale di comunicazione divina o uno strumento profetico e terapeutico per curare l’anima. Con il pensiero greco di Aristotele e Ippocrate, il focus si sposta verso una visione naturale e diagnostica, dove il sogno riflette lo stato fisiologico del corpo. Il percorso prosegue attraverso il Medioevo e il Rinascimento, oscillando tra simbolismo spirituale e i primi dubbi razionalisti sulla distinzione tra veglia e sonno. In epoca moderna, il dibattito si divide tra l’approccio positivista, che riduce il sogno a stimoli organici, e quello della scuola filosofica che ne intravede il potenziale dinamico. Infine, viene descritto il contributo di Sigmund Freud, che definisce il sogno come la “via regia” per accedere all’inconscio e ai desideri repressi.


Significato del sogno nelle culture antiche

In questo video, esploriamo come l’essere umano ha interpretato i sogni nel corso della storia: dai riti tribali all’antico Egitto, da Platone a Kant, fino alla nascita della psicoanalisi con Freud.

Il Ruolo del Sogno nelle Antiche Culture e Tribù Primitive

Nelle antiche culture e nelle società tribali primitive, il sogno ha sempre rivestito un ruolo di primaria importanza, rappresentando una via privilegiata per entrare in contatto con il mondo spirituale e mistico. Nella cultura ellenica, ad esempio, era diffusa la convinzione che un dio utilizzasse il sogno come mezzo per comunicare con il dormiente, trasmettendo consigli divini o manifestando la sua volontà. Questa concezione non si limitava solo al mondo greco, ma si estendeva anche ad altre società antiche, dove il sogno veniva considerato una fonte di verità superiori e di saggezza trascendentale.

Nelle tribù primitive e nelle società preistoriche, il sogno non era semplicemente una forma di attività mentale notturna, ma veniva visto come una dimensione in cui l’uomo poteva confrontarsi direttamente con la realtà esterna e con le forze mistiche che regolavano l’universo. Il sogno era una sorta di ponte tra il mondo fisico e quello spirituale, e attraverso l’esperienza onirica, gli individui si sentivano in grado di accedere a una conoscenza nascosta o a una verità soprannaturale.

In queste comunità, il sogno aveva anche una valenza sociale e rituale. Spesso, i sogni venivano condivisi con il gruppo o con una figura autorevole, come lo sciamano o il capo tribù, per annunciare eventi futuri o per indicare pericoli imminenti. Il sogno, dunque, assumeva una funzione predittiva o divinatoria, e il suo contenuto poteva influenzare decisioni collettive importanti, come le strategie di caccia, i rituali religiosi o le scelte di leadership.

Non era raro che i sogni fossero interpretati come messaggi inviati dagli antenati o dagli spiriti della natura, e in molti casi, queste visioni oniriche determinavano il comportamento della tribù nei giorni successivi. In questo contesto, il sogno non veniva percepito come una semplice attività onirica priva di valore, ma come uno stato di coscienza parallelo e altrettanto reale, se non superiore, a quello della veglia. Come affermava Van de Leeuw, “il sogno rende sfumati tutti i contorni”, ma, paradossalmente, in questa sfocatura si trovava la chiarezza di una verità più profonda.

Inoltre, in molte culture tribali, l’iniziazione e la crescita spirituale erano spesso legate a esperienze oniriche. Lo sciamano, figura centrale nelle culture primitive, utilizzava i sogni non solo per guarire, ma anche per guidare la comunità attraverso il mondo spirituale. Durante riti di passaggio o cerimonie di guarigione, i sogni venivano evocati come mezzi di trasformazione interiore e come strumento per comprendere meglio il proprio ruolo all’interno del cosmo.

Il Sogno nella Cultura Egizia

Nella cultura egizia, il sogno era considerato un mezzo privilegiato attraverso il quale il divino rivelava agli esseri umani le inquietudini riguardanti il futuro. Gli Egizi credevano che i sogni contenessero messaggi profetici o simbolici che svelavano eventi futuri o segnalavano pericoli imminenti. Tuttavia, il sogno non era soltanto uno specchio del futuro, ma veniva visto anche come uno strumento magico attraverso il quale era possibile ottenere la liberazione dalle preoccupazioni e dalle sofferenze.

Una pratica particolarmente significativa dell’antico Egitto era l‘incubazione onirica, una tecnica terapeutica destinata a persone afflitte da problemi, spesso di natura psichica. L’incubazione onirica consisteva in una serie di procedure rituali che avevano l’obiettivo di indurre determinati sogni. Questi sogni non solo rivelavano la causa dei problemi, ma suggerivano anche soluzioni magiche o rituali per liberare il paziente dalle sue preoccupazioni e sofferenze.

Il processo di incubazione onirica iniziava solitamente con un pellegrinaggio a un tempio sacro, dedicato a divinità specifiche legate alla guarigione, come Imhotep o Serapide. I pazienti seguivano un preciso rituale che includeva bagni purificatori, preghiere e offerte votive. Una volta preparati, si sdraiavano in una stanza speciale all’interno del tempio, dove attendevano il sogno risolutore. Gli Egizi credevano che, durante il sonno, gli dei potessero manifestarsi attraverso visioni oniriche, offrendo indicazioni terapeutiche o prescrizioni rituali che avrebbero portato alla guarigione del malato.

L’incubazione onirica non era solo una pratica mistica, ma rappresentava una forma primitiva di terapia psicosomatica, in cui si cercava di alleviare le sofferenze emotive e fisiche attraverso l’intervento divino. Questa tecnica riflette l’idea centrale nella cultura egizia che il sogno non fosse semplicemente una reazione passiva del subconscio, ma un potente strumento di interazione con il soprannaturale, capace di influenzare attivamente il destino e la salute degli individui.

In sintesi, per gli Egizi il sogno non solo svelava il futuro, ma serviva anche come un canale di guarigione, confermando l’importanza della dimensione onirica come mezzo per affrontare e risolvere le angosce della vita quotidiana attraverso l’aiuto divino e la magia.

Sogni nell’Antico Testamento: Messaggi Divini e Strumenti di Rivelazione

14 Dio parla una volta, e anche due,
ma l’uomo non ci bada;
15 parla per via di sogni, di visioni notturne,
quando un sonno profondo cade sui mortali,
quando sui loro letti essi giacciono assopiti;
16 allora egli apre i loro orecchi
e dà loro in segreto degli ammonimenti,
17 per distogliere l’uomo dal suo modo di agire
e tenere lontano da lui la superbia;
18 per salvargli l’anima dalla fossa,
la vita dalla freccia mortale.
Giobbe 33:14-18

Nella tradizione biblica, i sogni occupano una posizione di grande rilevanza, fungendo spesso da canali privilegiati attraverso cui Dio comunica con l’umanità. Nell’Antico Testamento, i sogni non erano semplici manifestazioni dell’immaginazione, bensì vere e proprie visioni profetiche. Patriarchi, profeti e figure centrali della storia sacra ricevevano sogni carichi di significato simbolico, considerati rivelazioni divine.

6 Il SIGNORE disse: «Ascoltate ora le mie parole; se vi è tra di voi qualche profeta, io, il SIGNORE, mi faccio conoscere a lui in visione, parlo con lui in sogno. 7 Non così con il mio servo Mosè, che è fedele in tutta la mia casa. 8 Con lui io parlo a tu per tu, con chiarezza, e non per via di enigmi; egli vede la sembianza del SIGNORE. Perché dunque non avete temuto di parlare contro il mio servo, contro Mosè?» Libro dei Numeri 12:6-8

Tra i principali esempi, possiamo citare i sogni di Giuseppe, il figlio di Giacobbe, che interpretò sogni sia propri sia di altre figure potenti come il Faraone, confermando la sua capacità di mediazione tra il volere di Dio e gli eventi terreni. I sogni di Giuseppe non solo preannunciavano eventi futuri, ma svolgevano anche un ruolo determinante nel corso della storia del popolo di Israele. Allo stesso modo, sogni come quelli ricevuti dal re Nabucodonosor, interpretati dal profeta Daniele, contenevano visioni profetiche sulla sorte delle nazioni.

Questi sogni, che venivano spesso accompagnati da visioni simboliche e immagini fortemente suggestive, conferivano a chi li riceveva un particolare status spirituale. Il sogno non era considerato solo uno strumento di comunicazione, ma un segno tangibile della presenza di Dio e della sua guida, assegnando a coloro che li ricevevano una responsabilità divina.

Il Sogno nelle Tribù Indigene e Native Americane

Nella tradizione spirituale degli Indiani d’America, i sogni occupavano una posizione di rilievo, essendo considerati autentici oracoli, in grado di annunciare eventi futuri e influenzare profondamente le decisioni della tribù. L’esperienza onirica veniva vista come una forma di comunicazione diretta con il mondo degli spiriti, dei defunti e delle forze della natura. In molte di queste culture, i sogni possedevano un valore simbolico e profetico che andava ben oltre la vita quotidiana, plasmandola e guidandola. Non era raro che un sogno, considerato sacro, avesse più peso delle parole del capo tribale stesso, il che rifletteva la fiducia assoluta riposta nella dimensione spirituale e mistica dell’esperienza onirica.

Gruppi etnici in America all'inizio del XX secolo

Rappresentazione dei gruppi etnici in America all’inizio del XX secolo: per molte tribù native americane, i sogni erano visti come un mezzo di comunicazione con gli spiriti protettori e gli antenati. Specialmente nelle culture sciamaniche, i sogni offrivano insegnamenti fondamentali per decisioni strategiche, come la guerra o la caccia. Tra i Lakota, i sogni potevano influenzare profondamente le scelte del gruppo, mentre tra i Paez, gli sciamani utilizzavano i sogni per interpretare segni di calamità imminenti, proteggendo la tribù attraverso rituali di purificazione e protezione

Molte tribù native americane credevano che i sogni fossero un mezzo attraverso cui gli spiriti protettori, gli antenati o gli animali totemici trasmettevano insegnamenti o avvertimenti. In particolare, nelle culture dove lo sciamanesimo era una pratica centrale, i sogni erano interpretati come messaggi provenienti dal mondo spirituale e diventavano fondamentali per decidere azioni strategiche come la guerra, la caccia o l’esecuzione di rituali religiosi. Ad esempio, i sogni potevano rivelare l’esito di una battaglia imminente o indicare la necessità di un sacrificio per placare le forze naturali.

Alcuni popoli nativi, come i Lakota, attribuivano ai sogni una tale importanza che questi divenivano essenziali per il processo decisionale della comunità. Se un sogno trasmetteva un avvertimento o una visione, poteva portare a un cambiamento radicale nei piani o nella strategia del gruppo, anche se il capo della tribù fosse in disaccordo. I sogni erano percepiti come il linguaggio degli spiriti e, pertanto, ignorarli significava sfidare la volontà soprannaturale, con conseguenze potenzialmente devastanti per la tribù.

Un altro esempio significativo è la tribù Paez, un popolo indigeno della Colombia meridionale, dove i sogni giocavano un ruolo cruciale nel discernimento degli sciamani. Questi leader spirituali utilizzavano i sogni per svelare il futuro e per identificare la presenza di incantesimi nefasti o maledizioni lanciati contro la tribù. Attraverso la loro capacità di interpretare i simboli onirici, gli sciamani erano in grado di comprendere se una calamità imminente fosse di natura magica o naturale, e in base a questo organizzavano rituali di purificazione o protezione per salvaguardare il benessere del gruppo. In questa cultura, il sogno rappresentava una vera e propria finestra sul mondo invisibile, in cui le forze soprannaturali agivano per determinare il corso degli eventi.

In molte altre culture native americane, i sogni erano centrali anche per l’esperienza individuale e l’autocomprensione. I giovani, durante le loro cerimonie di iniziazione, cercavano visioni o sogni che rivelassero il loro totem animale o il loro scopo nella vita. In questo contesto, il sogno non solo aveva una funzione predittiva, ma rappresentava anche un percorso di crescita personale e di connessione con il sacro.

In definitiva, per gli Indiani d’America, i sogni erano molto più di semplici immagini mentali notturne. Essi costituivano un mezzo di connessione tra il mondo umano e quello divino, un canale attraverso cui la saggezza cosmica veniva trasmessa per guidare, proteggere e dare significato alla vita della tribù. I sogni non solo influenzavano decisioni pratiche, ma svolgevano un ruolo centrale nel mantenimento dell’equilibrio spirituale e culturale delle comunità native.

I Sogni nella Grecia Antica

Nella Grecia antica, i sogni erano associati alle potenze primordiali e tenebrose. Poeti come Esiodo ed Euripide li consideravano figli della Notte o della Terra. Sebbene il sogno fosse legato al mondo della “non vita”, aveva comunque una connotazione profetica e terapeutica. Nonostante tutto,  la concezione profetica dei sogni rimane accesa attraverso l’opera dei grandi pensatori (poemi omerici).

Ippocrate e il Potere Diagnostico del Sogno

Ippocrate e il potere dei sogni

Ippocrate e il potere dei sogni. Nell’antica Grecia, i sogni erano considerati veri e propri oracoli, in grado di rivelare il futuro e di diagnosticare le malattie. Ippocrate, padre della medicina occidentale, attribuiva ai sogni un grande valore diagnostico, ritenendo che l’anima, durante il sonno, potesse esplorare le diverse parti del corpo e segnalare eventuali disturbi. Questa affascinante teoria, rappresentata dal simbolo del bastone di Asclepio, ci ricorda come la medicina antica fosse profondamente legata alla spiritualità e alla natura.

Per Ippocrate di Coo o Kos (Coo, 460 a.C. circa – Larissa, 377 a.C.) i sogni sono la visita che l’anima effettua nelle varie parti del corpo. L’anima quindi potrebbe scoprire lo stato morboso di un organo avvertendo la persona attraverso le immagini oniriche e per questo motivo sarebbero profetici a livello diagnostico.

Secondo questa concezione: gli uomini i cui sogni riproducono fedelmente la realtà sarebbero sani, mentre gli altri, i cui sogni presentano immagini alterate della realtà risulterebbero malati. Nel sogno, inoltre, può comparire anche la possibile terapia della patologia in corso, ad es. se nel sonno compaiono fame o sete, o altre sensazioni di carenza queste andranno soddisfatte una volta svegli.

Platone e la Difficoltà di Distinguere Veglia e Sogno

Platone (Atene, 428/427 a.C. – Atene, 348/347 a.C.), invece, nelle sue indagini, afferma che è inpossibile tracciare un confine netto tra veglia e sonno perché  in entrambi i casi la nostra coscienza assume come reali le credenze e le immagini che si forma in  quel relativo momento:

“ci si domanda come rispondere a chi volesse sapere se al momento presente dormiamo o sogniamo tutto ciò che pensiamo oppure se questo è un dialogo reale che teniamo da perfettamente svegli… Sollevare una tale controversia non è affatto difficile, poiché la distinzione tra veglia e sonno è essa stessa controversa e, dato che è uguale il tempo da noi trascorso nel sonno e nella veglia, in entrambe le situazioni l’anima si sforza di sostenere che le sue credenze di allora sono ciò che vi è di più vero …”

Platone, Teeteto, 158b–c
Chi era Teeteto?
Teeteto è una figura di grande rilievo nella filosofia antica, in particolare nel pensiero di Platone. Appare come personaggio principale nell’omonimo dialogo platonico, dove viene presentato come un giovane matematico e filosofo in piena formazione.
Discepolo di Socrate: Teeteto era uno dei più brillanti discepoli di Socrate, e il dialogo platonico che porta il suo nome è un resoconto di una delle loro conversazioni.
Matematico: Teeteto era particolarmente interessato alla matematica, e nel dialogo platonico si discute di concetti matematici come le figure geometriche e i numeri.
Filosofo: Oltre alla matematica, Teeteto si interessava anche di questioni filosofiche più generali, come la natura della conoscenza e la definizione dei concetti.
Il dialogo platonico “Teeteto”
Nel dialogo, Socrate e Teeteto cercano di definire la conoscenza. Esaminano diverse proposte, ma alla fine concludono che nessuna di esse è completamente soddisfacente. Il dialogo si conclude senza una definizione definitiva della conoscenza, ma lascia aperte molte questioni interessanti e stimolanti.

Ma Platone affronta il tema anche da un punto di vista etico e psicologico. Nella Repubblica, propone un’analisi della natura del sogno basata sulla struttura tripartita dell’anima: razionale, passionale e concupiscente. Durante il sonno, se l’anima razionale è debole e le parti inferiori non sono state disciplinate, emergono sogni disordinati, violenti, animaleschi.

Poiché nel sonno quella parte dell’anima che appartiene alla sfera razionale è assopita e debole, quella invece in cui risiede un istinto ferino e una rozza violenza è abbrutita dal bere e dal cibo eccessivo, questa si sfrena e si esalta smoderatamente mentre dormiamo. Ad essa, perciò, si presentano visioni d’ogni genere, prive di senso e di ragionevolezza: si ha l’impressione di unirsi carnalmente con la propria madre o con qualsiasi altro essere umano o divino, spesso con una bestia; di trucidare addirittura qualcuno e di macchiarsi empiamente le mani di sangue; di fare molte altre cose impure e orrende, senza ritegno né pudore. Ma chi, conducendo una vita e una dieta salubre e moderata, si lascia andare al sonno quando quella parte dell’anima che partecipa della ragione è attiva e vigorosa e saziata dal cibo dei buoni pensieri, e l’altra parte dell’anima che è alimentata dai piaceri non è né sfinita dalla fame né gravata da troppa sazietà (l’una e l’altra di queste due condizioni, o che l’organismo sia privo di qualcosa o che ne sovrabbondi, suole offuscare l’acutezza della mente), e infine anche la terza parte dell’anima, nella quale risiede l’ardore delle passioni, è calma e docile, – allora accadrà che, essendo tenute a freno le due parti intemperanti dell’anima, la terza parte, quella del senno e della ragionevolezza, brilli e si disponga a sognare piena di vigore e di acume: quel tale, allora, avrà nel sonno apparizioni tranquille e veritiere.— Platone, Repubblica, Libro IX, 571c–572b

Il Sogno secondo Aristotele e Artemidoro

Aristotele BustoSF

🌌 Sognare, per Aristotele, è l’anima che continua a guardare anche quando il mondo si spegne. Un teatro interiore dove, senza i sensi, ciò che è stato si ripresenta come ombra, e ciò che desideriamo si maschera da realtà. Ma a volte, proprio da quelle ombre, può emergere una verità che da svegli non osavamo vedere.

Busto di Aristotele, conservato a Palazzo Altaemps, Roma. Marmo, copia romana di un originale greco di Lisippo (330 a.C. ca.); il mantello in alabastro è un’aggiunta moderna. Dalla collezione Ludovisi.

A differenza della tradizione oracolare, che vedeva nel sogno un messaggio degli dèi o un presagio del futuro, Aristotele (Stagira, 384 a.C. – Calcide, 322 a.C.) mette in discussione l’interpretazione magico-divinatoria. Neitrattati del Parva Naturalia dedicati al sogno (De insomniis e De divinatione per somnum), il filosofo sviluppa una delle prime analisi sistematiche del fenomeno onirico nella storia del pensiero occidentale.

Per Aristotele, il sogno non è una comunicazione soprannaturale, bensì un fenomeno naturale, perfettamente spiegabile secondo le leggi della fisiologia e della psicologia umana. Anzi, esso non è esclusivo dell’uomo: anche gli animali, dotati di percezione sensibile, possono sognare. In questo senso, il sogno rientra in quella sfera che Aristotele definisce “demoniaca” (daimonion), termine che nel pensiero greco classico indica forze naturali e non necessariamente soprannaturali.

Ma cos’è, precisamente, un sogno? Aristotele lo definisce come:

“Una sorta di immagine che compare nel sonno.”
De insomniis, 3, 462a

Queste immagini non nascono dal nulla: esse derivano da tracce sensoriali lasciate dalla veglia, che continuano ad agire anche quando l’individuo dorme. L’immaginazione (phantasía), secondo Aristotele, è quella facoltà che conserva le immagini delle cose anche quando non sono più presenti. Durante il sonno, quando i sensi sono disattivati e l’anima non riceve più impressioni dirette dal mondo esterno, l’immaginazione libera i residui delle percezioni passate, ricombinandoli in modi inaspettati.

Ed è proprio questo il punto cruciale: nel sogno non vediamo davvero, ma ci sembra di vedere. L’anima giudica che “ciò che appare è un uomo”, o “è bianco”, come se fosse davanti a un oggetto reale. In realtà, ciò che sta osservando è un’immagine prodotta internamente, non più legata al presente dei sensi.

“Ci sembra di vedere non solo che è un uomo, ma anche che è bianco.”
(De insomniis, 458b)

Nel sogno, Aristotele osserva che l’anima opera come nella veglia, ma senza i criteri correttivi della percezione. E così, come accade talvolta nei deliri febbrili o nelle illusioni ottiche, siamo ingannati. Vediamo ciò che non è, e peggio ancora: lo crediamo vero.

Il sogno è dunque un movimento autonomo dell’anima sensitiva, che agisce anche quando la forza iniziale (cioè la percezione) si è esaurita, l’immagine continua il suo percorso. Aristotele scrive:

“L’immaginazione in realtà è un movimento prodotto dal senso quand’è in atto […] è chiaro, pertanto, che il sognare appartiene alla facoltà sensitiva, e le appartiene in quanto è immaginativa.”
De insomniis, 1, 459a

Eppure, Aristotele non nega che talvolta i sogni sembrino anticipare il futuro. Il filosofo propone una risposta estremamente lucida: la mente del sognatore, anche se inconsapevolmente, è già orientata verso certe direzioni, fatte di timori, desideri, percezioni sottili e segnali appena accennati. Nel sogno, queste informazioni latenti si riorganizzano sotto forma di immagini, prefigurando sviluppi che solo in seguito si realizzeranno.

Passando ad Artemidoro di Daldi (II secolo d.c.) , l’approccio cambia radicalmente. L’autore dell’Oneirocritica non pretende di fornire una spiegazione assoluta o sistematica del sogno; anzi, riconosce esplicitamente la complessità e l’ambiguità dell’interpretazione onirica.

Anticipando per certi versi l’intuizione psicoanalitica di Freud, Artemidoro attribuisce al sogno un valore profetico, ma in una chiave più empirica e realistica. Non si tratta più di messaggi divini, bensì di rappresentazioni simboliche che affondano le radici nella vita quotidiana, nei costumi, e nell’immaginario collettivo del popolo.

Il sogno nella visione di Averroè e della cultura araba antica

Averroè

Nella profondità dei sogni, Averroè, il luminare della filosofia araba, scorgeva un mondo dei “signa” rivelatori. Per lui, durante il sonno l’anima, liberata dalle catene del corpo, manifestava più chiaramente le sue condizioni, offrendo preziose indicazioni sullo stato di salute del dormiente

Per Averroè (Cordova, 14 aprile 1126 – Marrakech, 10 dicembre 1198), il grande pensatore andaluso del XII secolo, il sogno era ben più di un semplice frammento onirico: era un messaggio cifrato, un signum rivelatore, un segno che l’anima dischiudeva per mostrare il proprio stato interiore.

In questo quadro, il sogno non veniva visto come una finestra sull’aldilà o come una profezia calata dall’alto, ma piuttosto come uno specchio diagnostico, un riflesso attraverso cui era possibile cogliere le condizioni psico-fisiche del sognatore. L’anima, affrancata dai vincoli corporei durante il sonno, comunicava in maniera più diretta, esprimendo ciò che il corpo da sveglio celava: tensioni latenti, disturbi fisici, inquietudini profonde.

Averroè – o Ibn Rushd, come era chiamato nel mondo arabo – si inserisce in una tradizione antica e raffinata che non separava mai completamente il mondo naturale da quello spirituale. Egli si ispirava ad Aristotele, ma reinterpretava la filosofia alla luce della cultura islamica. La sua attenzione rimane fortemente empirica: i sogni sono strumenti utili per comprendere il funzionamento del corpo e della mente, e il loro linguaggio simbolico può essere decifrato come quello di una lingua antica.

I signa – i segni – a cui Averroè si riferisce, non sono semplici immagini fluttuanti. Sono indizi, tracce, avvertimenti. Come un medico attento ascolta il respiro e osserva il colore della pelle, così il filosofo può leggere nei sogni una forma sottile di linguaggio fisiologico e psicologico. È qui che il sogno diventa una pratica conoscitiva, un ponte tra la scienza e l’interiorità. Ciò accadrebbe perché durante il sonno l’anima possiede una maggiore spiritualità non essendo dominata dal mondo materiale.

Nella cultura araba antica, il sogno non è mai ridotto a superstizione. È un fenomeno che richiede studio, discernimento e conoscenza. Averroè ci invita, ancora oggi, a considerare il sogno non come un enigma da spiegare in fretta, ma come un’opera complessa, da decifrare con attenzione e rispetto.

Cædmon: Il primo poeta inglese

Nell’esperienza di Caedmon, il sogno è presentato come un dono divino, una forma di rivelazione che trascende le capacità umane. Cædmon (VII secolo – 680 circa) è una figura fondamentale nella storia della letteratura inglese. Egli era un semplice pastore anglosassone che, nonostante la mancanza di un’educazione formale, ricevette una straordinaria ispirazione durante un sogno. Questa esperienza lo portò a diventare un monaco e un poeta religioso di grande talento. La sua storia è narrata da Beda il Venerabile, che lo descrive come un uomo dotato di una grazia divina che gli permetteva di trasformare i passi delle Sacre Scritture in bellissime poesie in lingua inglese.

L’unica opera di Cædmon che è giunta fino a noi è l’Inno di Cædmon, una breve preghiera in nove versi dedicata a Dio. Questa poesia, composta probabilmente subito dopo il suo sogno ispiratore, rappresenta uno dei primi esempi di poesia in lingua inglese e offre uno sguardo affascinante sulla cultura e la spiritualità anglosassone.

Preghiera di Cædmon

Frammento della Preghiera di Cædmon:
Ora dobbiamo onorare il guardiano del regno dei cieli,
le forze del creatore e il suo progetto,
l’opera del padre della gloria, così come egli, l’eterno signore,
ha ordinato l’origine di ciascuna delle meraviglie.
Egli, il santo creatore, per prima cosa creò
il cielo come tetto per i figli degli uomini;
il custode della famiglia degli uomini,
l’eterno signore, il signore onnipotente,
dopo costruì la terra di mezzo, la terra per gli uomini.
(Immagine da: Rich Tea, CC BY-SA 2.0, via Wikimedia Commons)

Interpretazione dei Sogni nel Medioevo

Nel Medioevo, la visione razionale di Aristotele, che metteva in discussione la natura mistica del sogno, viene progressivamente accantonata. A prevalere è un’interpretazione più simbolica e spirituale, in cui il sogno torna a essere luogo di comunicazione con il divino, ma anche potenziale trappola del maligno. Le radici di questa prospettiva affondano nella cultura tardo-antica e cristiana, dove opere come il De Divinatione di Cicerone o il Somnium Scipionis diventano testi di riferimento, rielaborati alla luce della fede.

In tre modi, del resto, Posidonio ritiene che gli uomini sognino per impulso divino: nel primo, perché l’anima prevede da sé, essendo unita da parentela con gli dèi; nel secondo, perché l’aria è piena di anime immortali, nelle quali i segni della verità appaiono, per così dire, chiaramente impressi; nel terzo, perché gli dèi stessi parlano coi dormienti. E che le anime predicano il futuro avviene più facilmente all’appressarsi della morte, come ho detto or ora.
Cicerone de Divinatione (XXX)

Un testo fondamentale per la comprensione dei sogni in epoca medievale è il Commentario al Sogno di Scipione, scritto dal grammatico e filosofo Macrobio (ca. 399–422 d.C.). In esso, Macrobio classifica i sogni in cinque categorie:

  1. Somnium – sogno enigmatico, velato da simboli e allegorie, difficile da interpretare: “uno che si nasconde con forme e veli strani”.
  2. Visio – visione profetica, che anticipa eventi futuri.
  3. Oraculum – sogno in cui una figura autorevole (un genitore, un sacerdote, o persino Dio) comunica esplicitamente un messaggio o una direttiva.
  4. Insomnium – incubo causato da turbamenti fisici o mentali, privo di significato simbolico.
  5. Visum – apparizione fugace tra sonno e veglia, spesso legata all’ansia o al disordine dei sensi.

Macrobio distingue chiaramente tra sogni degni di interpretazione e quelli da scartare, fondando una tradizione che influenzerà profondamente sia il pensiero scolastico che le pratiche monastiche.

Boezio di Dacia

Boezio di Dacia (1240/1245 circa – 1285/1290 circa): richiama la necessità di un’analisi scientifica rigorosa del sogno. Egli si colloca nel vasto processo di recupero del pensiero aristotelico, ripudiando il carattere divinatorio del sogno. Egli opera una distinzione tra i sogni procurati attraverso “phantasmata” e quelli esistenti in virtù degli “idola”.
I primi riguardano le impressioni raccolte dai sensi durante il giorno, mentre i secondi sono invece frutto delle immagini create dalla passioni dell’anima e del corpo durante il sonno.

Nel medioevo, si riscoprono anche antichi autori come Artemidoro; il significato del sogno, infatti, dipende dalla situazione empirica del sognatore, dalla sua professione, o a una sua particolare condizione fisica. L’interpretazione del sogno richiede un particolare tipo di simbolismo che deriva dalla mentalità popolare.

Il Rinascimento e l’Umanesimo: Il Declino della Divinazione Onirica

Nell’umanesimo, il sogno inizia a liberarsi dalla sua funzione di veicolo destinato a trasmettere presagi o messaggi divini ma è utilizzato come espediente per introdurre in campo letterario narrazione ricche di eventi fantastici (Francesco Colonna, Pietro Bembo) : questo processo prosegue durante il rinascimento in cui si assiste al tramonto delle interpretazioni esclusivamente sacre del sogno (che tuttavia permangono nell’interpretazione dei sogni) , inteso come momento privilegiato durante il quale Dio trasmette i propri messaggi, oppure, le potenze occulte stabiliscono arcani rapporti con il dormiente. In particolare si assiste al recupero dei classici (Aristotele, Platone) ma sotto un ottica diversa. I messaggi onirici non derivano più dalle divinità bensì sono dovuti da particolari stati di animo del dormiente.

L’influenza della magia nell’interpretazione onirica rimane però elevata tantoché era frequentissimo il ricorso all’interpretazione cabalistica del sogno.

La Filosofia Moderna: Cartesio, Hobbes e il Dubbio Sui Sogni

Cartesio

Cartesio ci invita a dubitare di tutto, persino della realtà dei nostri sogni. La distinzione tra veglia e sonno diventa così un enigma filosofico, spingendoci a riflettere sulla natura della conoscenza e della realtà stessa.

 Cartesio (1596 –1650) riprende il noto tema relativo alla difficoltà di stabilire fra sonno e veglia confini chiaramente definibili:

“ ciò che accade in sogno non sembra così chiaro e così distinto come ciò che accade in veglia. Ma pensandoci sopra mi ricordo di essere stato spesso ingannato, quando dormivo, da semplici illusioni. E fermandomi su questo pensiero, vedo chiaramente che non vi sono indici concludenti né contrassegni abbastanza certi per poter distinguere nettamente la veglia dal sogno, al punto che ne sono stupito e il mio stupore è tale che è quasi capace di persuadermi che sto dormendo.” 

Meditazioni metafisiche, Prima meditazione
Hobbes, con il suo approccio materialistico, ci invita a interpretare i sogni come il risultato di processi fisiologici. Le immagini oniriche, secondo il filosofo inglese, non sono altro che rielaborazioni di esperienze sensoriali passate, originate da stimoli interni al corpo.

Hobbes, con il suo approccio materialistico, ci invita a interpretare i sogni come il risultato di processi fisiologici. Le immagini oniriche, secondo il filosofo inglese, non sono altro che rielaborazioni di esperienze sensoriali passate, originate da stimoli interni al corpo.

Hobbes (1588 –1679) affronta l’interpretazione onirica secondo una impostazione eminentemente organicista, rifiutando ogni elemento religioso ( e in particolare ai messaggi divini)
Secondo il filosofo inglese:

“I sogni sono immaginazioni di chi dorme. Le loro cause, se naturali, risiedono nei moti interni delle parti del corpo. Questi, per via della connessione che intrattengono con il cervello e con gli altri organi sensoriali, quando sono agitati o alterati, continuano a generare movimento al loro interno e, in questo modo, fanno apparire le stesse immagini come se fossero percepite realmente.”

E, poco prima, Hobbes scrive:

“L’immaginazione non è altro che senso che svanisce. Quando dormiamo, in assenza di nuovi stimoli esterni, quei moti residui che un tempo erano causati da oggetti reali riemergono senza interferenze, creando ciò che chiamiamo sogni.”

Thomas Hobbes, Leviatano, cap. II, “Dell’Immaginazione”
(traduzione nostra da Leviathan, 1651, ed. originale inglese)

Hobbes riconosce i limiti della teoria organicista per fornire una spiegazione sufficientemente attendibile per tutti i sogni, e ammette l’esistenza di esperienze oniriche di natura psicologica (derivanti da pensieri angosciosi e da turbamenti della coscienza)

 Leibniz ci invita a considerare i sogni come una finestra sull'inconscio. Secondo il filosofo tedesco, le immagini oniriche sono influenzate da esperienze passate, anche da quelle che abbiamo dimenticato

Leibniz ci invita a considerare i sogni come una finestra sull’inconscio. Secondo il filosofo tedesco, le immagini oniriche sono influenzate da esperienze passate, anche da quelle che abbiamo dimenticato

Secondo Leibniz (1646 –1716) la strutturazione dei contenuti onirici, , è influenzata dalle precedenti esperienze spesso dimenticate che riaffiorerebbero, anche in tempi differenti, durante il sonno.

Per Gottfried Wilhelm Leibniz (1646–1716), ogni percezione lascia un segno. Anche quando non ne abbiamo coscienza, anche quando sembra svanita, l’esperienza rimane inscritta nell’anima. È questa l’idea – sorprendentemente moderna – che troviamo espressa nei suoi Nuovi saggi sull’intelletto umano, opera scritta tra il 1703 e il 1705, ma pubblicata postuma nel 1765.

In polemica con Locke, Leibniz difende l’esistenza di “piccole percezioni” (petites perceptions): percezioni talmente deboli da non emergere alla consapevolezza, ma che comunque condizionano la nostra vita interiore, influenzano emozioni, idee… e sogni.Secondo lui:

Le percezioni sono ricevute dai nostri sensi, ma sono così piccole e continue che non le possiamo percepire consapevolmente. Tuttavia, la loro somma forma la percezione cosciente, come “[…] il rumore del mare è il risultato delle mille onde che non notiamo singolarmente.” (Nuovi Saggi, prefazione)

Queste tracce invisibili – potremmo dire pre-consce – costituiscono, per Leibniz, la base di molti nostri stati interiori. Durante il sonno, quando i sensi tacciono e la razionalità si ritira, queste percezioni dimenticate possono riaffiorare, prendere forma onirica, trasformarsi in immagini simboliche

Immanuel Kant Gemaelde 1

Kant considera i sogni come il frutto della nostra immaginazione, non come messaggi divini. Secondo il filosofo tedesco, chi cerca presagi nei sogni è come un “sognatore vegliante”, più immerso nelle proprie fantasie che nella realtà percepita dai sensi.

Nel pensiero di Immanuel Kant (1724–1804), il sogno non è un messaggio cifrato dell’aldilà, né un presagio da decifrare per conoscere il futuro. Per il filosofo di Königsberg, l’esperienza onirica è un prodotto dell’immaginazione, libera dai vincoli della percezione sensibile e del controllo razionale.

A differenza delle concezioni antiche o medievali, Kant nega ogni valore profetico o mistico ai sogni. Il loro contenuto non deriva da un’intelligenza superiore, né si manifesta per trasmettere verità occulte. Piuttosto, essi sono fenomeni interni, frutto di una mente che continua ad attivarsi anche in assenza di stimoli esterni ordinati.

In un passaggio dei suoi scritti antropologici, Kant osserva:

“ … colui che vegliando, si immerge talmente nelle finzioni e chimere che la sempre feconda immaginazione partorisce, da far poca attenzione alle sensazioni che a lui ora importano più di tutto, vien detto a ragione, un sognatore vegliante. Giacchè basta soltanto che le sensazioni si rilascino ancor più nella loro forza, perché egli dorma e le precedenti chimere sian veri sogni” (Antropologia da un punto di vista pragmatico)

Per Kant, il sogno non è privo di significato, ma il suo significato non ci parla del futuro, bensì di come funziona la mente umana. Sognare è, per così dire, una forma di auto-osservazione involontaria, in cui l’anima si rivela per immagini, ma senza coerenza o guida.

Nel sonno, secondo la sua teoria, l’intelletto non agisce più secondo le regole della logica e della causalità. Mancano le condizioni per giudicare le immagini, e quindi non c’è criterio per distinguere vero e falso, reale e immaginario.

Eppure Kant non disprezza del tutto il sogno: ne riconosce il valore antropologico. Studiare i sogni significa comprendere come l’essere umano costruisce la propria esperienza. E soprattutto, come si muove quando la ragione dorme e la fantasia veglia.

Il Sogno nel XIX Secolo: Due Interpretazioni Contrapposte

La Concezione Positivista del Sogno: Una Reazione a Stimoli Esogeni ed Endogeni

Nel XIX secolo  esistono due modi di concepire il sogno:

La prima concezione comprende le tesi sostenute secondo un’ottica positivista, da psicologi, fisiologici e neurologi  che ritengono il sogno una elaborazione di stimoli esogeni o endogeni .Questo filone di pensiero può essere riassunto dall’opinione di Binz secondo cui: “tutti i fatti ci inducono a considerare il sogno come un processo organico sempre inutile e spesso morboso”.

Il sogno era considerato come conseguenza di  un’elaborazione sensoriale (interna e/o esterna). Questa affermazione si basava sui risultati dei primi studi scientifici sul sogno, in cui era stato osservato che esso poteva essere attivato da uno stimolo sensoriale , ad esempio:

  • 1861 Scherner descrisse sogni di origine cenestetica (determinate da alterazioni vasomotorie o respiratorie), tattili, termiche e dolorifiche, con i contenuti onirici che includevano il tipo di stimolazione ricevuta.
  •  1878 Maury dimostrò l’effetto di determinate stimolazioni sensoriali sul contenuto onirico.
  •  1880 Wundt riconobbe che la maggior parte delle immagini emergenti dal sogno sarebbe derivata da impressioni sensoriali di lieve entità.

La Scuola Filosofica: Oltre il Meccanicismo del Sogno

Meno numerosi, furono i rappresentanti della seconda corrente interessata all’interpretazione onirica rifiutando una semplice spiegazione meccanico-associazionista del sogno. Questa corrente, infatti, s’ispirò fondamentalmente  alle concezioni di Herbart e di Bergson.

Herbart considerava la vita mentale come una “battaglia di idee” rappresentate da “forze che lottano” per giungere alla coscienza.

In particolare il sogno è concepito come una serie di forze dinamiche (ricordi) che sono in lotta tra loro per emergere alla coscienza (Herbart). Per cui – secondo Bergson, tali ricordi non più repressi dagli interessi caratteristici della veglia, potendosi consapevolizzare, si renderebbero manifesti.

La formulazione di concetti quali “forze dinamiche, inconscio e repressione”, verrano approfondite ed elaborati successivamente nella teoria di Freud.

De Sanctis e la Psicofisiologia del Sogno: Il Precursore di Freud

Sante De Sanctis

Sante De Sanctis è stato una figura di spicco nella psicologia e nella psichiatria italiana, sebbene la sua opera sia oggi meno conosciuta al di fuori degli ambienti specialistici rispetto ad altri contemporanei. Nato a Parrano (Perugia) nel 1862 e morto a Roma nel 1935, De Sanctis è ricordato soprattutto per i suoi contributi allo studio del sonno e dei sogni, e per aver fondato la prima cattedra di psicologia sperimentale in Italia.
Ne “I sogni”, De Sanctis esplora il fenomeno onirico da diverse prospettive, analizzando la fisiologia del sonno, le tipologie di sogni (lucidi, confusi, patologici), il rapporto tra sogno e veglia, e il significato psicologico e simbolico dei contenuti onirici. Sebbene il suo approccio fosse più descrittivo e classificatorio rispetto a quello psicoanalitico di Freud, De Sanctis riconobbe l’importanza del sogno come espressione dell’attività mentale inconscia e come via d’accesso alla comprensione della vita psichica.

De Sanctis (1862 – 1935) quest’autore poco conosciuto, in verità, si è occupato molto dell’attività mentale durante il sogno. Il suo libro “I sogni” precede di un anno la pubblicazione dell’interpretazione dei sogni di Freud.

Quest’opera è considerato una delle migliori trattazioni scientifiche sulla fenomenologia onirica nella quale l’autore definisce le basi della psicofisiologia del sonno e del sogno. La sua bibliografia è costituita da ben 323 lavori in cui De Sanctis ha cercato di ricostruire la separazione tra il regno della veglia e quello del sogno. Egli tratta dei sogni dei bambini, dei fanciulli, degli adulti e degli anziani, degli isterici, paranoici, alcolizzati e delinquenti.

Secondo De Sanctis :

“Il sogno è il racconto più genuino di ciò che l’individuo è, di ciò che abitualmente pensa o desidera, di ciò cui più o meno coscientemente esso tende. La vita del sogno è una storia individuale” (I Sogni, 1899)

Sigmund Freud e l’Inizio della Psicoanalisi: Il Ruolo dei Sogni nell’Inconscio

S. Freud (1856 – 1939) vede il sogno come una regressione verso le più antiche pulsioni del sognatore: la sua interpretazione, infatti, costituisce “ la via regia per l’inconscio”. Nella sua opera l’interpretazione dei sogni (1900), il sogno appare determinato dalla tendenza dei desideri a realizzarsi in modo allucinatorio. Però, l’attività onirica, in quanto emotivamente molto coinvolgente, viene modificata da una specie di censura, che protegge il soggetto dormiente dal risveglio: “il sogno è il custode del sonno”.

Foto di Sigmund Freud

Per Freud, il sogno è un fenomeno complesso, in cui desideri inconsci, censura e meccanismi di trasformazione si intrecciano. Il contenuto manifesto del sogno è solo la punta dell’iceberg, mentre il contenuto latente nasconde significati profondi legati all’infanzia e alle esperienze traumatiche.

Freud, distingue il contenuto manifesto, quello ricordato dal soggetto, dal contenuto latente, quello su cui opera la censura. I meccanismi di trasformazione a cui va incontro il sogno sono stati classificati dall’autore in: condensazione (condensare diversi significati in una sola immagine e ciò contribuisce a conferire al sogno quei caratteri di estraneità e bizzarria), spostamento (spostare esperienze emotivamente ricche su elementi secondari del sogno), simbolizzazione (usare oggetti che stanno al posto di altri), drammatizzazione (che conferisce una certa coerenza nell’alternarsi dei personaggi e della storia del sonno) e l’identificazione (attraverso il quale è possibile raffigurare l’Io in modi diversi attraverso l’identificazione con altre persone).

In particolare i sogni sarebbero realizzazioni di desideri rappresentati attraverso la via regressiva.

Freud infatti rappresenta l’apparato psichico come dotato di una estremità sensoria e di una motoria; i processi psichici generalmente si svolgerebbero in una direzione a senso unico, dall’estremità percettiva a quella motoria.

Nell’esperienza onirica il nesso tra queste due estremità s’interrompe o rimane sottilissimo, per cui il sognatore è in grado di soddisfare i propri desideri senza la mediazione motoria, in maniera immediata, senza gli ostacoli che nella realtà si oppongono al loro esaudimento.

Questa modalità di soddisfacimento dei desideri è un aspetto primitivo della modalità di funzionamento psichico, modalità che è abbandonata successivamente per la sua inefficacia.

Nella prima infanzia, quando la soddisfazione dei bisogni dipende interamente dagli altri, la rappresentazione di un desiderio diventa allucinazione: all’insorgere di un determinato bisogno e in assenza dell’oggetto gratificante, viene prodotta la rappresentazione allucinatoria di una precedente gratificazione. Tuttavia, il bisogno non può essere ancora soddisfatto; diventa pertanto necessario inibire la regressione e deviare l’eccitazione su un oggetto reale, raggiungibile mediante il movimento e la modificazione attiva del mondo esterno.

 “Lo stato di riposo psichico è stato in origine turbato dalle imperiose esigenze dei bisogni interni. In questo caso il pensiero (il desiderato) è stato semplicemente realizzato allucinatoriamente, così come ancor oggi accade ogni notte con i nostri pensieri onirici. Solo la mancanza dell’atteso appagamento, la disillusione, ha avuto per conseguenza l’abbandono di questo tentativo di appagamento per via allucinatoria. L’apparato psichico ha dovuto risolversi a rappresentarsi, anziché le proprie, le condizioni reali del mondo esterno e a sforzarsi di modificare la realtà. Con ciò si è instaurato un nuovo principio dell’attività psichica: non venne rappresentato quanto era piacevole, ma ciò che era reale anche se doveva risultare spiacevole.”

Secondo Freud, infatti, il sogno è “la via regia” dell’inconscio”: Attraverso il sogno si potrebbe perciò comprendere questo antico sistema di funzionamento psichico, una rianimazione dell’infanzia delle spinte pulsionali allora dominanti e nei modi espressivi allora disponibili.

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S.Aboudan PhD in Psicofisiologia del sonno Università degli Studi di Firenze Curatore e autore di AltriMondi, esploro le intersezioni tra neuroscienze, psicologia e filosofia. Credo nella divulgazione come strumento per navigare la complessità, trasformando la ricerca accademica in riflessioni accessibili per chiunque cerchi di capire meglio il mondo e se stesso.

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